Martedì scorso il Corriere Fiorentino, alludendo alla lunga assenza del presidente viola, ha scritto che la Fiorentina è “una società debole”, dato che “una proprietà lontana non potrà mai fare il lavoro che farebbe vivendo il quotidiano”, poiché non ci sarebbe più al Viola Park un suo uomo di fiducia che ne faccia le veci.
Dopo la morte di Joe Barone, Rocco Commisso ha scelto di non sostituirlo, ma di promuovere le due persone sotto di lui, Alessandro Ferrari come direttore della parte gestionale e Daniele Pradè come direttore della parte tecnica, per farne le veci nel settore di competenza. Così è stato nella stagione passata, senza che nessuno avesse alcunché da eccepire.
L’articolo del Corriere Fiorentino ha aggiunto che non potrebbe essere Alessandro Ferrari a gestire il difficile momento, giacché “non ha mai lavorato prima nel calcio, viene da altri mondi e soprattutto da altre storie professionali. Sta studiando, sta imparando, ma a oggi è difficile che possa permettersi un confronto costruttivo o alla pari che abbia come oggetto il calcio con l’allenatore o con la squadra”.
In pratica, nonostante sia da sette anni che vive ogni giorno di calcio, l’illustre testata giornalistica gli ha dato dell’incompetente.

Comunque sia, fintanto che Commisso non nominerà un altro direttore generale, sarà Alessandro Ferrari a gestire la situazione, con Roberto Goretti direttore sportivo ad interim. E non è affatto detto che arrivi da fuori un successore di Pradè: la Fiorentina è parte di un gruppo americano, e nelle imprese di oltreoceano vige il principio della meritocrazia. Se Commisso nel 2024 ha ritenuto di promuovere Ferrari, avrà avuto i suoi motivi.
Così come promuovono, le imprese americane pure licenziano facilmente. Abbiamo letto nei giorni scorsi del divorzio fra la Fiorentina ed Enrico Peruzzo (il responsabile vendite) e Daniele Pradè (il responsabile dell’area tecnica). Riguardo a quest’ultimo, le notizie trapelate parlano di dimissioni. Dubito che sia andata così: nessun dipendente si dimette, a meno di non avere già in tasca qualcos’altro o di essere costretto a farlo per evitare guai peggiori, come un licenziamento successivo che ne lede l’immagine professionale.
È difficile non leggere l’arrivo a Firenze nei giorni scorsi del’amministratore delegato Mark Stephan come strumentale all’uscita dei due dirigenti. Certo, resta la possibilità che Pradè si sia dimesso perché, dopo i messaggi e i manifesti della Curva Fiesole, tirava una brutta aria per la sua incolumità fisica. Se così fosse, sarebbe un altro brutto caso dopo le dimissioni dell’oggi rimpianto Palladino.
La sconfitta col Lecce non lascia dubbi che occorra cambiare qualcosa. La stampa chiede il cambio in panchina, e, nella situazione di scoramento, chiede addirittura l’interim di Daniele Galloppa, tecnico della squadra primavera. Ogni cambio di allenatore è un atto basato su poche certezze: può binariamente andare bene o male. Se lo si fa in corso di stagione, il subentrante deve poi lavorare su calciatori scelti da qualcun altro. Chi invoca Galloppa, deve sapere che è uno che ha allenato solo nei settori giovanili. Parafrasando il Corriere Fiorentino, viene da altri mondi, sta studiando, sta imparando. Magari Galloppa è bravo, ma metterlo al posto di Pioli – e per di più solo ad interim – sarebbe un atto dettato dalla disperazione.
2 risposte
D’Aversa sembra in pole. Ultime stagioni: esonerato dalla Samp (20 punti in 22 partite), esonerato dal Lecce (25 punti in 28 partite), retrocesso con l’Empoli (31 punti in 38 partite). E’ vero che l’allenatore va sempre giudicato in relazione alla squadra che gli viene affidata, ma le premesse sembrano quelle giuste per andare in serie B
D’Aversa ha anche portato l’Empoli in semifinale di Coppa Italia. Altre considerazioni qui: https://violablog.com/chi-scegliere-per-il-dopo-pioli/